La pedagogia rotariana nella Provincia Granda

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Sulla fine del 1925, appena nato, il Rotary di Cuneo accelerò l’assunzione del ruolo che si era assegnato: pilotare tra scogli e secche la transizione fra due stagioni politiche senza che ne fossero compromessi gl’interessi generali permanenti della popolazione. Gli ottant’anni dallo Statuto avevano consentito uno sviluppo civile senza precedenti, nel quadro della crescita civile ed economica dell’Occidente. Di quel glorioso passato nulla andava sprecato. Del resto chi ne aveva retto le sorti, talora per decenni, era presente, vivo e persino rivestito di laticlavi senatoriali, mandati elettivi alla Camera, nomine a cariche di responsabilità somma. Non solo. La vera svolta segnata dall’età giolittiana. Proprio Burgo, che nel settembre 1922 aveva avuto il privilegio di avere il Re e Giolitti in visita alla Centrale idroelettrica di Calcinere e della Cartiera di Verzuolo, aveva chiaro che un’epoca s’era chiusa e che per consegnarne i frutti alla seguente occorreva trattare col governo gettando sul piatto della bilancia la capacità imprenditoriale della “Granda”, che, Giolitti o meno, si contava in termini di energia prodotta ed esportata, di risorse messe a valore, di risparmio e investimenti. V’era infine quel “senso dello Stato” che arrivava dai secoli. Subito dopo la fondazione il Rotary di Cuneo fece sentire la sua voce. Con rapidità sorprendente per chiunque abbia dimestichezza con quel genere di imprese, in pochi mesi il Club allestì e pubblicò La Provincia di Cuneo (Borgo San Dalmazzo, Istituto Grafico Bertello e C., 1926): un’opera poderosa, arricchiti da grafici, tabelle, statistiche, prospetti sul movimento della popolazione (anche multicolori) e centinaia di fotografie. Alla redazione collaborarono il giurista Silvio Pivano,

docente all’Università di Torino e suo futuro Rettore, figlio del deputato saluzzese Carlo Antonio e fratello di Francesco, già eletto con Giolitti, poi passato nel “listone”, il geografo Dino Gribaudo, i professori Arturo Segre, storico, Piero Baroncelli e Marro, il canonico Alfonso Maria Riberi, il cavalier Giuseppe Guglielmone, il cultore d’arte Lino Fulcheri e, deus ex machina, Euclide Milano.Proprio mentre un’intera dirigenza veniva spazzata o quanto risultava meno emarginata rispetto al corso politico nazionale, il Rotary di Luigi Burgo ritenne necessario restituire ala Granda la consapevolezza del proprio passato, anche per suggerire la relatività dei mutamenti in atto: essi altro non erano che l’increspatura che il flusso del tempi suscita sull’oceano degli eventi, non smuovevano – quanto meno nella Granda – la storia profonda, i valori consolidati nei secoli. Quasi capovolgendo il supposto principio ispiratore (“la società dei produttori”), il Rotary cuneese ritenne che occorresse fare il punto sull’insieme della provincia di Cuneo. Essa non era solo montagne, ma anche chi le aveva superate, vi aveva aperto valichi, strade… Non era solo conglomerato di attività economiche ma anche virtù e gloria: e quindi stemmi, la cui origine e il cui significato andava spiegato ai cittadini, vicende belliche e operose, personalità illustri, aziende volta a volta ideate da cittadini meritevoli di memoria… Alle parole occorreva unire illustrazioni. Molte. Quell’opera doveva essere il “biglietto da visita” di una Provincia che rimaneva grande anche se , come spesso era accaduto nel corso dei secoli, la dirigenza era mutata e chi per decenni aveva esercitato un’egemonia pressoché indiscussa, improvvisamente era stato messo da parte.

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